Rain

mercoledì, 16 aprile 2008 16:36  

 


La primavera è iniziata da un paio di settimane, ma il tempo è stato incerto fino a ieri. C'è stato un freddo che non si sentiva neppure a febbraio e pioggia come, ormai, cade raramente.
Quasi avevo dimenticato l'effetto che fa andare in giro sotto un cielo plumbeo, carico di pioggia silenziosa.
Io potrei paragonarmi a questo cielo, e a quest'aria, a questi alberi semi-nascosti da un'atmosfera rarefatta. Sì, decisamente... io rispecchio la pioggia d'inizio primavera. Il suo cadere lento, silenzioso, fitto.
M'infastidiva la pioggia, come, del resto, sono infastidita da me stessa. Piove dentro di me. Piove da sempre...
A volte, tra le nuvole, fa capolino il sole. Illumina le gocce che cadono, tramutandole in cristalli volanti. A volte, un arcobaleno s'innalza, ma è così impalpabile che basta un'ombra per cancellarlo.
Pioverà per sempre. Anche se c'è il sole, dentro di me piove. E anche se la luna e le stelle brillano, la pioggia non smette.
Io vorrei vedere com'è il mio mondo quando la pioggia smette.
Le gocce scivolerebbero lentamente lungo le foglie, confluendo verso il bordo. Cadrebbero, una a una, rilucendo come gemme, prima di toccare terra. Le nuvole bianco-argento si specchierebbero nelle pozzanghere e il sole brillerebbe su ogni cosa. I colori sarebbero più accesi, come se un pittore avesse appena intinto il pennello nella ciotola, avesse dipinto ogni cosa e la pittura fosse ancora fresca.
Io so che piove dentro di me e che a volte c'è il sole. E so che ci sono delle volte, in cui scoppiano i lampi e i tuoni fanno tremare la mia anima e la pioggia cade con violenza. In quei momenti, sembra che ogni cosa debba essere distrutta. Ma poi il temporale s'acquieta. I nuvoloni si diradano e le gocce rallentano la loro discesa, diventano più piccole, e cadono con un rumore lieve.
Attraverso le tende chiuse, guardo la luce del sole cambiare gradatamente d'intensità. Sento che anche dentro di me, le nuvole si sono un po' diradate e la luce passa attraverso la pioggia.
 

 

 
 

Non uccidere

domenica, 02 marzo 2008 23:47  

 


La prima cosa che vide quando aprì gli occhi fu il neon circolare appeso al soffitto: la luce bianco fluo gli provocò un fastidioso bruciore. Cominciò a lacrimare e cercò di proteggersi chiudendo le palpebre.
Provò a sollevare una mano, ma riuscì a muoverla solo di un paio di centimetri: cinghie di cuoio gli stringevano i polsi e le caviglie. Sapeva di non essere solo e anche se non poteva vederli, sapeva che loro erano lì, seduti su comode poltrone di velluto rosso. Avranno portato anche i bambini? Si stupì del suo pensiero. Portare i bambini era la prassi. Faceva parte dell’educazione alla violenza. Anche suo padre lo portava spesso. Gli diceva sempre: Jimmy, questo è il momento migliore e il momento migliore era quando il confine tra questo e quell’altro mondo diventava così effimero da essere spazzato via da un semplice gesto della mano.
Jimmy era in quella posizione da oltre tre ore. Dentro la stanza, oltre a lui, c’erano un uomo sulla quarantina e una donna seduta su una sedia dalle "gambe" d'acciaio.
Chiuse gli occhi, non sapeva quanto tempo mancasse, ma si ripromise che non li avrebbe mai più riaperti. Respirò profondamente e cominciò a contare. Contava per non pensare, per non farsi del male, per non trovarsi solo di fronte alle sue paure. Li avevano educati alla guerra, alla violenza, alla supremazia del più forte sul più debole. Avevano insegnato loro la semplicità dell’uccidere. Mike diceva sempre che era vietato farsi domande. Le domande ti porteranno alla tomba, vecchio mio. Un colpo in mezzo agli occhi e risolvi il tuo problema. Credimi, Jimmy. O vivi o muori. Qui non hai scelta! Non c’è spazio per il resto.
Aveva sempre seguito il consiglio di Mike. Non si era mai posto domande. Non aveva mai teso la mano o aiutato qualcuno ad alzarsi. Mai, fino a quel giorno.
Era così piccola e i suoi capelli biondi ondeggiavano seguendo ritmicamente i suoi movimenti. La palla rossa rotolava giù dal marciapiede; lei, incurante di tutto, corse a riprenderla. Difficile dire che cosa accadde: forse l’istinto, forse qualcosa dentro di lui si era fatto strada a forza ed era emerso, senza che lui potesse opporsi. Si ritrovò sull’altro ciglio della strada con la bimba tra le braccia: il tir fermatosi di traverso a un paio di metri da loro. Aveva salvato una “mensh”. L’aveva fatto senza rendersene conto. E questo... non era ciò che suo padre gli aveva insegnato. Lo processarono per direttissima e la sentenza fu definitiva: "James Taylor è colpevole di aver salvato la vita a una mensh e poiché ha alterato il processo di selezione del genere umano, sarà condannato a morte. L’esecuzione avverrà tra dieci giorni a partire da oggi: 15 febbraio 2370"
Strinse i denti, i suoi muscoli cominciarono a contrarsi, rivoli di sudore scendevano obliqui, seguendo l’andamento del suo volto. La donna si alzò dalla sedia e appoggiò su di essa il giornale che stava leggendo. A passi misurati, si avvicinò a una scrivania d’alluminio sulla quale erano disposti con ordine una serie di oggetti, tra cui un laccio di plastica, del cotone idrofilo e alcune boccette.
La donna appoggiò le mani sui lati del tavolo e cominciò a spingerlo verso il centro della sala. Il tavolo dotato di rotelle scivolava rapido sulla superficie liscia, con uno stridio che assomigliava a un lacerante urlo. Jimmy, che fino ad allora aveva mantenuto una calma quasi impensabile, cominciò a tremare. Girò la testa verso la donna, nel folle tentativo di una supplica: ti prego sembravano dire i suoi occhi, ma le sue labbra rimasero immobili.

mensh: deriva dal tedesco “umano”. Termine spregiativo per indicare i cosiddetti “umani deboli”, quelli destinati a perire perchè inadatti all’evoluzione della specie. So perfettamente che si scrive "mensch", ma l'ho modificato di proposito. :P

 

 

 
 

Nick Ancestrale (mah?)

mercoledì, 06 febbraio 2008 18:54  

 


Non so se Voi, visitatori che v'immergete nei pixels del mio blog, avete notato che anche io (ebbene sì) ho il nick ancestrale.
Visto che ho più di un blog ho fatto le prove con tutti.

Risultati (ve li scrivo in italiano)

orchiedea definitiva
farfalla cieca
bellezza impossibile
fanciulla maledetta
entità nera

O.o

ma una cosa tipo "fenicottero rosa", "pasticcino di fragola" non mi poteva uscire!!!!!!!??????


 

 

Digitalgothic

commenti (9)?

 
 

Le primule

venerdì, 01 febbraio 2008 21:40  

 


«… questa giornata è proprio brutta. C’è la nebbiolina, il cielo è grigio, fa freddo è umido.»

«Hanno detto che pioverà per tutto il weekend»

«Pure!!!»

«Che ti aspettavi? Le primule»

 

Uhm… Le primule no, non me le aspettavo. Ma forse una piccola campanula in mezzo all’erba gelida, sì, mi sarebbe piaciuto. Ma ci vedo solo una lunga distesa di ghiaccio… liscia come uno specchio, ma incapace di riflettere.

 

Oh, che terribile sensazione. E’ come se stessi scontando una colpa lontana.


 

 

 
 

giovedì, 24 gennaio 2008 18:33  

 


"Tu sei un mostro, mi fai paura!"

mi dissero recentemente. Non so se prenderlo come un complimento! :O


 

 

 
 

I feel good

venerdì, 04 gennaio 2008 17:36  

 


Ho lo stomaco che si attorciglia e so perché. E' una sensazione strana, orribile. Ho un ossessione nella testa e so qual è. Mi fa impazzire. Ma andrà tutto bene. Continuo a ripetermelo "I feel good". Io sto bene. Alla gente che me lo chiede rispondo sempre: "Io sto bene". Anche se ho l'inferno dentro, Io sto sempre bene. E' una follia, lo so! Io odio piangere per cose serie. Ho spesso gli occhi lucidi, ma non piango mai. Un giorno impazzirò? Sì, può essere... E' il mio terrore. La paura della morte della mente. Un giorno sentirò un clic nella testa e di me non rimarrà più niente, solo un guscio vuoto di carne e  pseudo anima. "I feel good". Voglio fare tante cose, tante cose per dimenticare, per non pensare. Trasformarmi in un automa perfetto. E attendere... attendere la fine del periodo oscuro. Inseguire la luce e pregare che giorno dopo giorno si faccia più vicina. Io sono qui. In silenzio. Io non mi muovo.
 

 

 
 

24

domenica, 09 dicembre 2007 22:03  

 


Non potevo esimermi da un post del genere.
Io la televisione non la guardo mai, quasi mai. La guardo solo quando mangio, mentre tra un pezzo di manzo e uno di patata sento le velatissime accuse alla sinistra di Emilio Fede, lo strascico linguistico di Santi Licheri o le incitazioni incendiarie di Gerry Scotti.
Ma quando ho sentito l'annuncio della nuova serie di 24, avevo gli occhietti a forma di stellina fin dalle quattro del pomeriggio. Così, venerdì sera... io e mio padre ci siamo seduti sul divano a guardarci le prime due ore del quinto giorno di Jack Bauer.
Credo di essere tra le poche persone a vedere 24, e a tralasciare serie cult come Grey's Anatomy, Dr House, Smallville...
E questo principalmente perché è molto raro riuscire a interessarmi. Ci vuole sempre qualcosa di molto valido. Ventiquattro ad esempio, pur essendo spudoratamente e tipicamente americano, ha alle spalle un impianto che m'intriga.

La narrazione in tempo reale non è una novità, ma in 24 è praticamente spinta all'estremo. Un orologio digitale che compare ogni tanto sullo schermo scandisce il tempo che passa. Poiché la serie è nata negli Stati Uniti la durata è di 45 minuti perché comprendendo le pubblicità si arriva a 60 minuti. Da notare che al termine della pubblicità il conteggio dell'orologio riprende tenendo conto dei 4 minuti trascorsi.
Altra particolarità è la suddivisione dello schermo in più riquadri per seguire la contemporaneità di più piani narrativi e l'ingrandimento del riquadro scelto come narrazione principale.
Inoltre, la presenza di più sottotrame accanto a quella principale permette di catturare completamente l'attenzione del telespettatore che, nonostante questa attenzione ai dettagli, non rischierà di annoiarsi. Anzi... credo che sia l'unico telefilm che abbia il potere di non farmi sbadigliare.

:)


 

 

Digitalgothic

commenti (17)?

 
 

Maria

sabato, 17 novembre 2007 20:55  

 


Maria aveva quattordici anni e li avrà per sempre. Non che si sentisse adulta, ma ravvisava in sé stessa una presa di coscienza del mondo che non riscontrava in alcuna delle sue coetanee.
Era abituata a camminare da sola per le strade, indipendentemente dal luogo o dall'orario. Studiava in un liceo milanese e ogni mattina prendeva la metropolitana.
Lo zaino appoggiato per terra, gli occhi fissi sulle pagine del libro della lezione del giorno, le gambe divaricate per mantenere l'equilibrio, mentre il treno sfrecciava sulle rotaie sotterranee.
Maria non aveva bisogno di guardare le fermate: sapeva che sarebbe scesa alla quarta e si limitava a contare mentalmente quante volte le porte accanto a sé si sarebbero aperte.
Scese, facendo attenzione a non urtare le persone, e s'avviò verso le scale che l'avrebbero portata in superficie.
Aveva il passo svelto, e non si curò degli occhi che insistenti la seguivano fin da quando aveva vidimato il biglietto della metropolitana.
Non appena fu all'aria aperta, un'improvvisa folata di vento le scompigliò i biondi capelli e crudele il gelo di Milano le punse il viso come manciate di spilli.
Non era molto lungo il tragitto che la separavano dal cancello della scuola, ma Maria non arrivò mai a varcare quella soglia.
Non vide neppure la vetrina di quel negozio di vestiti che amava tanto: quello con gli abiti pensati per donne bellissime e ricchissime e non comprò nessuna brioche alla crema pasticciera dal panettiere sull'angolo.
Le persone camminarono, le auto si fermarono e poi ripartirono seguendo il ritmo imposto dal traffico, uno stormo di piccioni si levò in volo, la nebbia calò silenziosa, mentre il destino arrestò quella vita in un istante che non sarà mai raccontato.

 

 

 
 

I am a Mad Hatter

venerdì, 02 novembre 2007 14:58  

 


Oggi (ma anche ieri) mi sento una merda. Va bene, lo so, l’ottimismo è il sale della vita. Io sono sempre una persona ottimista (in superficie) e cerco di tirare sempre su il morale alle persone, anche se dentro di me penso che sto sparando stronzate a raffica; ma, dopotutto, ho già i cazzi miei per indossare l’abito del pittore del nero e anche se uso inchiostro simpatico, il mondo degli altri cerco di colorarlo. Il problema è quando c’è da colorare il mio. Lì, non c’è santo che tenga, e giro con un barattolo di china in mano. Guardo il presente e dico: “Che merda!”. Guardo il passato è dico: “Che merda secca!” (perché nel frattempo si sarà seccato tutto). Guardo il futuro e dico: “Non c’è ancora merda, ma so che c’è in giro il virus intestinale…”. Insomma… uno schifo!

 

Certo certo, salute va bene, famiglia va bene, amici vanno bene, ragazzo c’è ed è prezioso. Certo certo, ci sono i problemi, le incognite, i “vorrei ma non posso”, i “mi sarebbe piaciuto ma non ho potuto”, i “io dovrei essere da un’altra parte” e i “io vorrei un’altra vita”. C’è, appunto, questa sensazione, terribile, giuro davvero terribile, di vivere una vita che non t’appartiene. Come se qualcuno (chi?) t’avesse privato della tua vita vera… quella che alla nascita t’avevano assegnato ed ora, per qualche orribile scherzo del destino (magari la colpa è proprio di un tuo errore di valutazione dettato dall’idiozia in cui cadesti temporaneamente) ti ritrovi a vivere la vita di un altro.

 

Ecco, che sensazione da schifo. Mi sento come la marmotta della Milka, quella del cioccolato con le bolle d’aria (che è immangiabile).

Vabbè… ogni tanto m’affogo nel pessimismo e mi faccio domande. Ogni tanto, purtroppo, mi costringo a pensare. Preferisco essere un elogiatore della follia, almeno posso illudermi che va tutto bene quando fa tutto schifo, e posso illudermi che la vita è bella e che c’è una ragione per tutto.

 

In realtà mi sto raccontando un mare di bugie e me le sto raccontando da quando sono nata. Le soddisfazioni della vita, gli amori, le gioie, i dolori, sono solo cose effimere.
Finché mantieni viva la tua capacità di sorprenderti, la vita ha un senso. Ma quando scatta l’indifferenza e la consapevolezza che niente è importante, allora ti chiedi se è tutto uno scherzo.

 

Certe volte (spesso) le guardo le persone. Le guardo come se le vedessi attraverso il vetro e mi chiedo se la loro vita ha un senso. Mi chiedo se c’è un motivo per soffrire o per gioire. Se rapportati a un termine di paragone più grande, i dolori che non ci fanno dormire la notte, e ci fanno soffrire come dei bastardi, abbiano realmente una qualche importanza. Hanno importanza per te, ovvio, ma agli effetti… cosa sono se non miseri sentimenti umani, tra l’altro deviati da una mente contorta e già provata di suo.

 

E allora mi accorgo, che quello che penso, quello che sento, tutto quello che ruota intorno alla mia vita… non vale niente, se non per me e per chi mi sta intorno (influenzato dal mio sentire) e allora mi dico che prendersela, pensare, e ritenere importante cose che rispetto al mondo sono una nullità, non serve a niente. E così mi passa… ironicamente smetto di soffrire, di pensarci, di prendermela… tutto viene riportato a una dimensione di nullità e indifferenza.

 

 

 


 

 

 
 

Today is... a shit day.

mercoledì, 24 ottobre 2007 10:57  

 


Mi sono svegliata in un'oscurità inaspettata. La luce filtrava dalla porta socchiusa della cucina e, nonostante tre pesanti coperte di lana mi proteggevano dal freddo, non mi era difficile immaginare che fuori il sole aveva fatto i bagagli, lasciando il cielo in balia di uno sciame di nuvole temporalesche.
Il mattino è quel momento della giornata al quale non mi posso sottrarre, perché prima o poi, è scritto, che io debba abbandonare la condizione di "addormentata", tuttavia, parallelamente, la sera (o meglio, la notte) è un continuo dilatare il tempo di veglia, nel vano tentativo di allontanare il momento fatidico dell'appoggiare il capo sul cuscino e anche allora, resto lì, con gli occhi spalancati, fissando il buio che mi circonda, finché la stanchezza non prevale sulla mia volontà ed io sprofondo in un sonno senza tempo.

Fuori il rumore della pioggia si sovrappone al suono dei tasti della mia tastiera. Mi trovo in quella fase mat-tiniera di noia pre caffé (o forse, dovrei dire, after caffé visto che stamane qualcuno - mia madre - ha avuto la bontà d'animo di prepararmelo).
Inoltre, mi sono vista "piombare" in casa una ragazza, che mia madre conosceva ed io no. Le tipiche situa-zioni del "Ciao ciao... allora come va? Che è successo..." E tu sei lì, in silenzio, che ascolti e intanto ti ripeti: "Chi cazzo è? Chi cazzo è" cercando risposte nell'archivio dei volti-nomi o solo volti presenti nel tuo cer-vello.
Sono arrivata alla conclusione che non la conosco e se la conosco sicuramente l'ultima volta che l'ho vista era una bambina.

Sto leggendo moltissimo in questo periodo e devo dire che questo mio fagocitare libri a tutta volontà mi fa piacere. Certo, scelgo momenti poco indicati alla lettura, ma sono dell'opinione che il tempo lo si crea ed esistono persone capaci di crearlo e quindi sembra abbiano a disposizione giornate di trenta ore e persone che o per loro incapacità, o per causa di forza maggiore, rimangono succubi di uno scorrere, spesso galoppante.
Mediamente sono sul libro alla settimana e, attualmente, mi sono imbarcata nei "Centonovantanove gradini" di Micheal Faber: un racconto che non mi piace per nulla (più che altro, non amo il modo in cui scrive), nonostante io sia una patita del medioevo e delle storie dal sapore gotico. Ma del resto, sono solo 120 pagine, quindi, credo proprio che farò lo sforzo di continuarlo. Questo è uno di quei casi in cui la storia è bella, ma il modo in cui scritta la priva di molto del suo fascino.

Ultimamente, le mie serate si articolano in una full immersion intellettuale non indifferente: riscrittura completa del sito in un linguaggio rispettoso del W3C, con integrazione delle informazioni in esso contenuto (e tenendo conto che ormai passo i 120 articoli, credo sarà un lavoro piuttosto lungo); scrittura delle mie tre fanfiction su Saint Seiya (eh sì, mi sono imbarcata nella scrittura amatoriale da fanfiction); tenuta dei miei cinque blog (perché anche se non mi fruttano niente, non ho mai ritenuto discriminante di ciò che faccio dipendente da denaro o gratificazioni); aggiornamenti periodici di Anima Mundi; palestra; sistemazione dell'habitat; visione varia di film perché non di solo letteratura è fatto l'uomo; navigazione selvaggia per internet alla ricerca d'informazioni di diversa natura; studio della grammatica e dell'inglese perché è sempre meglio rientrare tra quelli che dicono di non sapere, ma sanno, che tra quelli che dicono di sapere, ma non sanno; varie esercitazioni con photoshop perché mi piacerebbe imparare ad usarlo come si deve (visto che ce l'ho).

Certe volte,  però mi dico: "non è che stai mettendo a dura prova il tuo cervello e un giorno ti troverai a non capire più un cazzo perché sei andata in black out", ma poi mi rispondo che il pensiero è una cazzata bell'é buona e che ci vuole ben altro per farmi crashare... tuttavia, mi rendo conto, che avrei potuto avere tranquillamente una bella laurea da appendere se non avessi il difetto di aborrire tutto ciò che dopo un po' diventa monotematico e visto il tempo a mia disposizione, difficilmente potrei dedicarmi a più attività (lavorando fino alle 19.00). Purtroppo ho questo difetto: lo stesso difetto che mi portava a dedicare tre ore allo studio, di cui due erano riservate alle mie speculazioni mentali...

Post evidentemente lungo, ma visti i tempi con cui aggiorno...

ho alcuni raccontini da postare, che ho tolto da un forum a cui partecipavo. Rileggendoli credo che, a parte qualcuno, siano veramente di basso livello... so giudicare i miei scritti, anche se, spesso sono portavoce di un'opinione assai severa.



 

 

 
 

Past Days


 

nerofluo

Io non sono un ragazzo, (ma a volte penso come loro), non sono una persona gentile, (ma gli altri sono convinti che lo sia), non sono una bugiarda, (ma quando è veramente necessario per il benessere comune e bla bla bla... mento), non sono una che ama i bambini (ma mi piacerebbe averne uno), non sono un'affarista, (ma il denaro m'interessa), non sono una sognatrice, (ma vivo nel mio mondo), non sono un webmaster, (ma ho qualche sito)

Io invece sono un caso a parte. Ho sempre pensato che le persone fossero più strane, più disoneste, disordinate, vili, nobili, insomma che avessero molti più strati. Che la vita, ‘amore, fossero cose incredibili. Io sono di volta in volta femminile, forte, fragile, capace, dopo aver litigato fino a restare senza voce, di guardare insieme la luna mano nella mano, di provare ogni giorno sensazioni diverse facendo le stesse cose. Di piangere e di far paura. Ma restando sempre me stessa . Ogni volta che esco per incontrare qualcuno che mi piace, non importa chi è, o quante volte è giàù accaduto, per l’ennesima volta mi faccio bella ed esco. Io non ragione, seguo l’istinto.

N.P., di Banana Yoshimoto

 

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